Rettili marini: la biologia delle tartarughe marine

Tartarughe marine

tartarughe marineBiologia:

Le tartarughe marine hanno un guscio leggero e idrodinamico che costituisce una protezione corazzata per gli organi vitali.

Esso è formato da due parti: una dorsale, il carapace, e una ventrale, il piastrone, collegate fra loro tramite un “ponte” osseo. Entrambe le parti sono costituite da due strati: uno interno osseo e uno esterno corneo, entrambi strutturati in placche fermamente saldate fra loro. Le placche ossee del carapace possono derivare da porzioni di vertebre (placche mediane o vertebrali) e di costole (placche costali) modificate che vengono così a fondersi con il guscio, oppure si originano nel derma (placche marginali). Anche le placche ossee del piastrone sono di diversa provenienza: alcune derivano da una modificazione della clavicola e del cinto pettorale (placche gulari, omerali, pettorali), altre fanno parte del dermascheletro (placche gastrali o addominali). Le placche cornee si formano per un processo di cheratinizzazione delle cellule epidermiche.

Il numero e la disposizione delle placche cornee, che rappresenta un importantissimo carattere tassonomico, non corrisponde alle sottostanti piastre ossee: da ciò deriva la robustezza dell’intero guscio. Anche la testa è protetta e ricoperta da squame cornee. La disposizione delle placche cornee sui lati del capo , nelle “guance”, sembra essere individuo-specifica, rappresenta cioè una sorta di impronta digitale di ciascun animale. Nelle tartarughe marine gli arti sono dette natatoie, sono piuttosto larghi e sviluppati con le ossa fuse tra loro. La loro forma rende questi animali capaci di un nuoto agile e veloce. Le natatoie anteriori forniscono la propulsione, mentre quelle posteriori agiscono da timoni, garantendo la direzionalità e la stabilità durante il nuoto. Le femmine utilizzano queste ultime anche per scavare una buca durante l’ovodeposizione.

Vista:

Gli occhi delle tartarughe marine sono strutturate in maniera tale da permettere loro la percezione di alcuni colori (sono presenti sia i coni, che permettono la visione a colori, sia i bastoncelli, che permettono la visione in bianco e nero) e una buona visione subacquea. Sono invece meno adatti alla visione aerea, fornendo al’animale una buona messa a fuoco solo a breve distanza. Le tartarughe marine riescono, comunque, a distinguere il profilo della costa e anche la spiaggia prescelta per la deposizione delle uova con la debole illuminazione delle stelle. A lato ciascun occhio è presente una speciale ghiandola, ghiandola del sale, che serve a eliminare l’eccesso di sale introdotto con il cibo e a mantenere umido l’occhio quando l’animale è sulla terraferma.

Udito:

Sebbene non possiedano orecchie esterne, le tartarughe sono in grado di percepire suoni a bassa frequenza e vibrazioni, probabilmente attraverso il cranio e il carapace. Sembra che questa capacità le aiuti addirittura a localizzare le spiagge grazie al rumore della risacca.

Olfatto e Gusto:

Molto sviluppati sono anche i sensi dell’olfatto e del gusto che permettono loro di cercare il cibo, di avvertire la presenza di un possibile predatore, di riconoscere il proprio territorio e la spiaggia per la deposizione. Nei rettili, tutti i sensi sono supportati da un organo, chiamato organo di Jcobson, un dispositivo chemiorecettore in grado di captare le particelle odorose raccolte dalla lingua o attraverso le narici. Nelle tartarughe marine l’organo di Jacobson si trova nella parete anteriore delle fosse nasali ed è collegato al bulbo accessorio dell’olfatto. Le specie acquatiche in questo modo riescono a individuare ciò che potrebbe essere per loro un pasto, inghiottendo acqua per valutare l’eventuale presenza di particelle odorose veicolate nel’elemento liquido.

Si ipotizza che le tartarughe marine riescano a ritrovare la spiaggia dove sono nate proprio grazie a questa elevata “sensibilità” chimica.

Le tartarughe marine hanno conservato un carattere molto primitivo: l’eterotermia, cioè una temperatura corporea che varia in funzione di quella ambientale. L’eterotermia non è mai assoluta poiché l’organismo comunque produce calore sia con la concentrazione muscolare, sia con il metabolismo del fegato e degli altri organi. Questi animali hanno quindi sempre una temperatura di qualche grado più alta di quella dell’ambiente, ma non hanno meccanismi in grado di mantenerla costante. La maggior parte delle funzioni dei rettili è condizionata dalla temperatura, essi sono, quindi, costretti a ricercare la condizione termica ideale.